Home » Blog » Il pensiero di Antonio Gramsci » La filosofia della praxis di Antonio Gramsci

La filosofia della praxis di Antonio Gramsci

Carattere «polemico» della filosofia della praxis

Il piano di studi che originò i Quaderni del carcere mirava a una profonda revisione del marxismo, avviata, in verità, già nell’anno precedente l’arresto (Vacca 2012, pp. 23-37). Ciò indusse Gramsci a uno studio sistematico del pensiero di Karl Marx, a cui negli anni precedenti aveva attinto in modo parziale, per ragioni quasi sempre contingenti, facendone un uso polemico legato alla lotta politica interna al Partito socialista e comunista (F. Izzo, I Marx di Gramsci, in Gramsci nel suo tempo, a cura di F. Giasi, 2008, pp. 553-54). La filosofia della praxis si sviluppò, quindi, come una rielaborazione originale della filosofia che Marx non aveva potuto o voluto elaborare, condensandone il nucleo fondamentale in poche formule. Ma, prima di esaminarne lo sviluppo, è opportuno avvertire che per Gramsci la filosofia è una «concezione del mondo» dotata di «un’etica conforme», che da un lato si distingue dalla religione (la religione rivelata), da Gramsci considerata «un elemento del disgregato senso comune», e dall’altro assolve una funzione analoga alle ideologie e alla politica: la creazione di una «volontà collettiva». Perciò, egli scrive,

una filosofia della prassi non può che presentarsi inizialmente in atteggiamento polemico e critico, come superamento del modo di pensare precedente e del concreto pensiero esistente (o mondo culturale esistente) (Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, 1975, p. 1383).

Per «mondo culturale» Gramsci intende l’insieme dei modi di pensare dei «colti» e dei «semplici», comprendente il «senso comune». Mutare il senso comune è compito della politica, ma il punto di partenza non può che essere la filosofia, che esprime «le “punte” di progresso del senso comune […] degli strati più colti della società» (p. 1383). Per la filosofia della praxis, quindi, storia della filosofia e storia della cultura costituiscono un’unità interdipendente e dinamica (cfr. Quaderni del carcere, cit., pp. 1375-78).

Il bersaglio principale della filosofia della praxis è il «marxismo ufficiale»:

Il marxismo aveva due compiti: combattere le ideologie moderne nella loro forma più raffinata e rischiarare le masse popolari, la cui cultura era medioevale. Questo secondo compito, che era fondamentale, ha assorbito tutte le forze, non solo “quantitativamente”, ma “qualitativamente”; per ragioni “didattiche” il marxismo si è confuso con una forma di cultura un po’ superiore alla mentalità popolare, ma inadeguata per combattere le altre ideologie delle classi colte, mentre il marxismo originario era proprio il superamento della più alta manifestazione culturale del suo tempo, la filosofia classica tedesca. Ne è nato un “marxismo” in “combinazione” […] insufficiente per creare un nuovo movimento culturale che abbracci tutto l’uomo, in tutte le sue età e in tutte le sue condizioni sociali, unificando moralmente la società (Quaderni del carcere, cit., pp. 422-23).

La «combinazione» riguardava soprattutto lo scientismo positivistico che caratterizzava il marxismo sovietico, i cui testi principali, La teoria del materialismo storicoManuale popolare di sociologia marxista, di Nikolaj I. Bucharin, e il Précis d’économie politique (L’économie politique et la théorie de l’économie soviétique), di Iosif A. Lapidus e Konstantin V. Ostrovitianov, sono duramente criticati da Gramsci, che considera quest’ultimo una

biascicazione di cervelli ristretti e meschini, che solo per la posizione dogmatica riescono a mantenere una posizione non nella scienza, ma nella bibliografia marginale della scienza (Quaderni del carcere, cit., pp. 1805-06).

Ma più in generale il bersaglio della critica di Gramsci è l’«economismo», che comprende varie filosofie dell’azione a loro volta influenzate dal marxismo (Henri-Louis Bergson, Georges Sorel, il pragmatismo e il sindacalismo anarchico, di cui Rosa Luxemburg è considerata l’espressione più alta). Il sindacalismo in particolare condivide per Gramsci l’errore teorico del liberismo, che confonde la distinzione «metodica» di Stato e società civile con una distinzione «organica» (Quaderni del carcere, cit., p. 460). Diverso è invece l’atteggiamento della filosofia della praxis nei confronti dell’idealismo e in particolare di Benedetto Croce che, soprattutto dopo la lettura dei primi capitoli della Storia d’Europa, Gramsci considera «leader della cultura mondiale» (A. Gramsci, T. Schucht, Lettere 1926-1935, cit., pp. 975-76, 18 aprile 1932), assumendone la filosofia come termine di paragone necessario per rigenerare il marxismo:

Come la filosofia della praxis è stata la traduzione dell’hegelismo in linguaggio storicistico, così la filosofia del Croce è in una misura notevolissima una ritraduzione in linguaggio speculativo dello storicismo realistico della filosofia della praxis. […] occorre rifare per la concezione filosofica del Croce la stessa riduzione che i primi teorici della filosofia della praxis hanno fatto per la concezione hegeliana. È questo il solo modo storicamente fecondo di determinare una ripresa adeguata della filosofia della praxis, di sollevare questa concezione che si è venuta, per la necessità della vita pratica immediata, “volgarizzando”, all’altezza che deve raggiungere per la soluzione dei compiti più complessi che lo svolgimento attuale della lotta propone, cioè alla creazione di una nuova cultura integrale (Quaderni del carcere, cit., p. 1233).

In estrema sintesi, nell’elaborazione della filosofia della praxis Gramsci assume «la concezione della storia etico-politica» di Croce «come un “canone empirico” di ricerca storica» utile a liberare il marxismo da ogni forma e incrostazione di determinismo (p. 1235).