La filosofia di Marx
Lo studio sistematico del pensiero di Marx compiuto nel carcere di Turi abbraccia tutti gli scritti noti fino al 1931, posseduti da Gramsci in italiano, francese e tedesco (Quaderni del carcere, cit., pp. 3062-63). Ma è nella Prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica che egli individuò il cuore della filosofia di Marx e i principi fondamentali della filosofia della praxis. Conviene citarli nella versione che Gramsci stesso ne fece nella primavera del 1930, in concomitanza con l’inizio della stesura degli Appunti di filosofia I (si veda la datazione stabilita da G. Francioni nell’edizione anastatica dei manoscritti dei Quaderni del carcere, 2009, p. 3):
Una formazione sociale non perisce prima che non siano sviluppate tutte le forze produttive per le quali essa è ancora sufficiente, e nuovi, più alti rapporti di produzione non ne abbiano preso il posto, prima che le condizioni materiali di esistenza di questi ultimi siano state covate nel seno stesso della vecchia società. Perciò l’umanità si pone sempre solo quei compiti che essa può risolvere (Quaderni di traduzioni (1929-1932), a cura di G. Cospito, G. Francioni, 2007, p. 747).
A questi due «principii fondamentali» si deve aggiungere la concezione delle «ideologie», che nella stessa Prefazione sono definite le «forme […] nel cui terreno gli uomini diventano consapevoli» del conflitto fondamentale della società capitalistica «e lo risolvono» (p. 446). In polemica con Croce e con il «materialismo dialettico», che attribuiscono alle ideologie un carattere puramente strumentale o illusorio (forme di «falsa coscienza» elaborate per errore o per servire alla lotta politica e culturale immediata), Gramsci attribuisce a Marx il merito d’averne dimostrato la «realtà», ovvero la funzione espressiva di qualunque tipo di conflitto e di esperienza:
Marx afferma esplicitamente che gli uomini prendono coscienza dei loro compiti nel terreno ideologico, delle superstrutture, il che non è piccola affermazione di “realtà” (Quaderni del carcere, cit., p. 437, maggio 1930).
Pertanto afferma che in Marx è già contenuta «in nuce anche […] la teoria dell’egemonia» (Quaderni del carcere, cit., p. 1315) che, come vedremo, costituisce il nucleo fondamentale e innovativo della filosofia della praxis. Dalla Sacra famiglia, invece, estrae il principio della traducibilità dei linguaggi (scientifici, politici, filosofici), la cui elaborazione funge da elemento catartico del revisionismo gramsciano.