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La «quistione» degli intellettuali e il concetto di «egemonia» di Antonio Gramsci

La «quistione» degli intellettuali e il concetto di «egemonia»

Il revisionismo di Gramsci si configura come una metodologia della storia emancipata dal riduzionismo sociologico insito, quanto meno potenzialmente, nella visione della storia come storia delle lotte di classe, e una concezione della politica affrancata dal determinismo economico insito nella correlazione meccanica fra classi e Stato. Già nello scritto del 1926 Alcuni temi della quistione meridionale, Gramsci aveva individuato negli intellettuali l’anello mancante del materialismo storico, poiché è l’esercizio delle loro funzioni tecniche e professionali a determinare le relazioni fra le classi e i gruppi sociali, elaborando i contenuti ideali dei rapporti fra governanti e governati, dirigenti e diretti (cfr. La costruzione del partito comunista 1923-1926, 1971). Inoltre, nella lettera a Tania del 19 marzo 1927, elencando gli argomenti di cui avrebbe voluto occuparsi «intensamente e sistematicamente», aveva indicato al primo posto «una ricerca sugli intellettuali italiani, le loro origini, i loro raggruppamenti secondo le diverse correnti della cultura» e, richiamando lo scritto sulla questione meridionale, aveva dichiarato di voler «svolgere ampiamente la tesi che [aveva] allora abbozzato» (A Gramsci, T. Schucht, Lettere 1926-1935, cit., pp. 61-62). Lo farà applicandosi innanzi tutto alla storia del Risorgimento, facendo scaturire dall’analisi stessa categorie d’indagine che delineano una nuova metodologia della storia e una nuova teoria della politica, fra loro strettamente intrecciate.

Com’è noto, i paragrafi 43 e 44 del Quaderno 1, scritti nel febbraio del 1930, contengono il nucleo fondamentale del «quaderno speciale» dedicato al Risorgimento italiano: il Quaderno 19 scritto a Formia fra il 1934 e il 1935. Conviene fermare l’attenzione innanzi tutto sul titolo del paragrafo 24 del Quaderno 19 che, rielaborando radicalmente quello del paragrafo 44 del Quaderno 1, evidenzia in modo esemplare la revisione del marxismo compiuta da Gramsci: Direzione politica di classe prima e dopo l’andata al governo, recitava il titolo del paragrafo 44 del Quaderno 1; Il problema della direzione politica nella formazione e nello sviluppo della nazione e dello Stato moderno in Italia è il titolo del paragrafo 24 del Quaderno 19. Il mutamento del lessico evidenzia che per Gramsci il problema storico del Risorgimento, come di qualunque altro fenomeno o periodo storico, è il problema della «direzione politica»; tuttavia l’eliminazione del nesso fra «direzione politica» e classe dominante non indica un ripudio della concezione materialistica della storia, bensì contiene una specificazione del concetto di storia etico-politica per il cui chiarimento conviene prestare attenzione al concetto di egemonia. Attinto originariamente dal bolscevismo in una formulazione classista ‒ «l’egemonia del proletariato» ‒, fra il 1924 e il 1926 il concetto aveva subito una progressiva estensione volta a emanciparlo dal riduzionismo sociologico (Vacca 2008). L’affrancamento si compie nei Quaderni, dove il concetto di egemonia assume un valore euristico generale che caratterizza i processi storici in base al rapporto fra dirigenti e diretti. Per Gramsci il problema storico del Risorgimento è

il problema della connessione fra le [sue] varie correnti politiche, cioè dei loro rapporti reciproci e dei loro rapporti con i gruppi sociali omogenei o subordinati esistenti nelle varie sezioni (o settori) storiche del territorio nazionale (Quaderni del carcere, cit., p. 2010).

Il problema, quindi, è quello di spiegare perché prevalsero i moderati, imprimendo allo Stato unitario un indirizzo e un equilibrio che ne avrebbero condizionato tutta la storia successiva. La spiegazione fornita da Gramsci porta alla formulazione di due criteri generali che informano contemporaneamente la sua metodologia della storia, la sua teoria della politica e la sua concezione degli intellettuali: «Il criterio metodologico su cui occorre fondare il proprio esame è questo: che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale” […]. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo […] ma deve continuare» a essere «dirigente» anche dopo averlo conquistato, «quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno» (Quaderni del carcere, cit., pp. 2010-11). In altre parole, la direzione politica, sia prima della conquista del governo sia dopo, poggia su una combinazione di «dominio» e «direzione intellettuale e morale», senza la quale non può «essere mantenuta». Questa «combinazione», in cui consiste l’egemonia, è il risultato di una determinata relazione fra i gruppi sociali e i loro rappresentanti, ovvero della organicità fra un determinato gruppo sociale e i suoi intellettuali:

I moderati erano intellettuali “condensati” già naturalmente dall’organicità dei loro rapporti con i gruppi sociali di cui erano l’espressione (per tutta una serie di essi si realizzava l’identità di rappresentato e rappresentante […]: erano intellettuali e organizzatori politici e insieme capi d’azienda, grandi agricoltori o amministratori di tenute, imprenditori commerciali e industriali, ecc.). Data questa condensazione o concentrazione organica, i moderati esercitavano una potente attrazione, in modo “spontaneo”, su tutta la massa d’intellettuali d’ogni grado esistenti nella penisola (Quaderni del carcere, cit., p. 2012).

Generalizzando i criteri che presiedevano a questa analisi, Gramsci enunciava il nucleo fondamentale della sua teoria degli intellettuali:

Si rileva qui la consistenza metodologica di un criterio di ricerca storico-politica: non esiste una classe indipendente di intellettuali, ma ogni gruppo sociale ha un proprio ceto di intellettuali o tende a formarselo; però gli intellettuali della classe storicamente (e realisticamente) progressiva, nelle condizioni date, esercitano un tale potere d’attrazione che finiscono, in ultima analisi, col subordinarsi gli intellettuali degli altri gruppi sociali (Quaderni del carcere, cit., p. 2012).

Pochi mesi dopo la prima stesura delle note sul Risorgimento citate, nel novembre del 1930 Gramsci cominciò a elaborare questi concetti in ampie note degli Appunti di filosofia I che confluirono nel Quaderno 12, Appunti e note sparse per un gruppo di saggi sulla storia degli intellettuali (aprile-maggio 1932). Sono importanti innanzi tutto i criteri che consentono di distinguere storicamente i ceti intellettuali:

Ogni gruppo sociale ‒ scrive Gramsci ‒ nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico (Quaderni del carcere, cit., p. 1513).

Gramsci definisce questo tipo di intellettuali «intellettuali “organici”», ma subito dopo aggiunge:

ogni gruppo sociale “essenziale”, emergendo alla storia dalla precedente struttura economica e come espressione di un suo sviluppo […], ha trovato, almeno nella storia finora svoltasi, categorie sociali preesistenti e che anzi apparivano come rappresentanti una continuità storica ininterrotta anche dai più complicati e radicali mutamenti delle forme sociali e politiche (p. 1514).

Gramsci definisce questo tipo di intellettuali «l’intellettuale tradizionale». La storicizzazione dei ruoli erode lo «spirito di casta» con cui i ceti intellettuali tendono a rappresentare se stessi in modo astorico e indifferenziato; ma non ne impedisce una definizione unitaria, purché la si fondi sulle loro funzioni, che sono per tutti funzioni «organizzative e connettive» sia pure in diversi gradi, secondo che vengano esercitate nella «società civile» o nella «società politica». Conviene precisare che la figura di «intellettuale organico» per eccellenza della società borghese è, per Gramsci, «l’imprenditore capitalistico», sia perché «crea con sé il tecnico dell’industria, lo scienziato dell’economia politica, l’organizzatore di una nuova cultura, di un nuovo diritto ecc.» (p. 1513), sia perché,

se non tutti gli imprenditori, almeno una élite di essi deve avere una capacità di organizzatore della società in generale, in tutto il suo complesso organismo di servizi, fino all’organismo statale (Quaderni del carcere, cit., p. 1513).