La concezione dello Stato
La teoria degli intellettuali origina una revisione della concezione ‘realistica’ dello Stato (detentore del monopolio della violenza all’interno del suo territorio e guidato dal principio della pura forza nelle relazioni internazionali) comune tanto al pensiero liberale quanto al bolscevismo. Lo Stato, secondo Gramsci, si fonda su un «equilibrio di compromesso» fra i gruppi sociali, risulta dall’«unità di società politica e società civile», e si configura come «egemonia corazzata di coercizione». Il luogo più emblematico del nesso fra la concezione dello Stato e la teoria degli intellettuali è la lettera a Tania del 7 settembre 1931, nella quale, accedendo alle insistenti richieste di Sraffa, che lo pressava per conoscere gli sviluppi della sua riflessione, Gramsci scrive:
Io estendo molto la nozione di intellettuale e non mi limito alla nozione corrente che si riferisce ai grandi intellettuali. Questo studio porta anche a certe determinazioni del concetto di Stato che di solito è inteso come società politica (o dittatura o apparato coercitivo per conformare la massa popolare secondo il tipo di produzione o l’economia di un momento dato) e non come un equilibrio della Società politica con la Società civile (o egemonia di un gruppo sociale sull’intera società nazionale esercitata attraverso le organizzazioni così dette private, come la chiesa, i sindacati, le scuole ecc.) e appunto nella società civile specialmente operano gli intellettuali (A. Gramsci, T. Schucht, Lettere 1926-1935, cit., p. 791).
La revisione riguarda innanzi tutto il «marxismo ufficiale», il nesso unilaterale e meccanico fra Stato e classe dominante, ovvero la concezione dello Stato come «dittatura di classe», tanto che sia la borghesia capitalistica, quanto che sia il proletariato moderno a esercitarla. In una celebre nota intitolata La concezione dello Stato secondo la produttività (funzione) delle classi sociali Gramsci scrive:
La concezione dello Stato secondo la funzione produttiva delle classi sociali non può essere applicata meccanicamente all’interpretazione della storia italiana ed europea dalla Rivoluzione francese fino a tutto il secolo XIX. Sebbene sia certo che per le classi fondamentali produttive (borghesia capitalistica e proletariato moderno) lo Stato non sia concepibile che come forma concreta di un determinato mondo economico, di un determinato sistema di produzione, non è detto che il rapporto di mezzo e fine sia facilmente determinabile e assuma l’aspetto di uno schema semplice e ovvio a prima evidenza. […] si presenta il problema complesso dei rapporti delle forze interne del paese dato, del rapporto delle forze internazionali, della posizione geopolitica del paese dato (Quaderni del carcere, cit., pp. 1359-60).
Rinviando l’approfondimento del concetto di ‘rapporti di forza’, conviene fermare l’attenzione sul richiamo al «rapporto delle forze internazionali», che introduce un criterio fondamentale nella visione gramsciana dello Stato contemporaneo, il principio di interdipendenza. In verità, in una concezione dello Stato come «equilibrio della società politica e della società civile» il principio d’interdipendenza è già applicato alla vita interna dello Stato in quanto regolatore dei rapporti fra le classi per evitare che i loro conflitti precipitino nella «comune rovina» (Marx). Ma è nel sistema delle relazioni internazionali che il principio d’interdipendenza emerge come tratto distintivo della concezione gramsciana della politica e dello Stato (è un principio che Gramsci estende a tutta la politica moderna, ravvisando in Niccolò Machiavelli il primo pensatore politico che fondi la concezione dello Stato sulla «connessione» fra città e campagna; cfr. Montanari 1997, pp. XXXVI-XXXVIII; Izzo 2009, pp. 121-46). Si illumina così un’ulteriore determinazione del concetto di egemonia, che sancisce il carattere anacronistico dell’idea ottocentesca di rivoluzione:
Concetto politico della così detta “rivoluzione permanente” sorto prima del 1848, come espressione scientificamente elaborata delle esperienze giacobine dal 1789 al Termidoro (Quaderni del carcere, cit., p. 1566).
La critica di anacronismo rivolta alla «rivoluzione in permanenza» era già stata espressa da Gramsci nei confronti delle esperienze fallite di rivoluzioni proletarie verificatesi in Europa nel 1919-20 a imitazione della Rivoluzione russa (L’Ordine Nuovo 1919-1920, a cura di V. Gerratana, A.A. Santucci, 1987, pp. 569-74), ma essa ora viene inserita in una riflessione generale sulla politica nell’epoca inaugurata dalla formazione di un’economia propriamente mondiale.
La formula [della “rivoluzione permanente”] – scrive Gramsci – è propria di un periodo storico in cui non esistevano ancora i grandi partiti politici di massa e i grandi sindacati economici e la società era ancora, per dir così, allo stato di fluidità sotto molti aspetti (Quaderni del carcere, cit., p. 1566).
Fra questi egli indica anche la «maggiore autonomia delle economie nazionali dai rapporti economici del mercato mondiale» (p. 1566) e osserva che
Nel periodo dopo il 1870, con l’espansione coloniale europea, tutti questi elementi mutano, i rapporti organizzativi interni e internazionali dello Stato diventano più complessi e massicci e la formula quarantottesca della “rivoluzione permanente” viene elaborata e superata nella scienza politica nella formula di “egemonia civile” (p. 1566).
In altre parole, per la comprensione dei caratteri che assume lo Stato nel periodo successivo al 1870 è decisivo, oltre al nesso fra società politica e società civile, il nesso nazionale-internazionale. Il terreno della lotta per l’egemonia è nazionale, ma la lotta si decide in base alle diverse combinazioni possibili di politica interna e politica internazionale, e prevale la forza politica capace di prospettare le più vantaggiose. In una nota molto più tarda, del marzo 1935, commentando lo scritto di Iosif V. Stalin Intervista con la prima delegazione operaia americana, Gramsci si domanda come, «secondo la filosofia della prassi, […] la situazione internazionale debba essere considerata nel suo aspetto nazionale» (pp. 1728-29); e risponde che
il rapporto “nazionale” è il risultato di una combinazione “originale” unica (in un certo senso) che in questa originalità e unità deve essere compresa e concepita se si vuole dominarla e dirigerla (Quaderni del carcere, cit., p. 1729).
Il nesso nazionale-internazionale rientra quindi nella definizione dello Stato come «equilibrio di compromesso» fra i gruppi sociali che lo compongono, poiché l’esercizio dell’egemonia non può prescindere dall’interdipendenza che caratterizza la vita delle nazioni nel mondo contemporaneo. Non può prescinderne né come vincolo, né come possibilità di irradiare all’esterno i contenuti economico-sociali ed etico-civili su cui si fonda:
Lo Stato è concepito sì come organismo proprio di un gruppo, destinato a creare le condizioni favorevoli alla massima espansione del gruppo stesso, ma questo sviluppo e questa espansione sono concepiti e presentati come la forza motrice di una espansione universale, di uno sviluppo di tutte le energie “nazionali”, cioè il gruppo dominante viene coordinato concretamente con gli interessi generali dei gruppi subordinati e la vita statale viene concepita come un continuo formarsi e superarsi di equilibri instabili (nell’ambito della legge) tra gli interessi del gruppo fondamentale e quelli dei gruppi subordinati, equilibri in cui gli interessi del gruppo dominante prevalgono ma fino a un certo punto, non cioè fino al gretto interesse economico-corporativo (Quaderni del carcere, cit., p. 1584).
Il punto d’arrivo della concezione gramsciana dello Stato è distante sia dal «marxismo ufficiale», sia dal contrattualismo liberale: lo Stato è per Gramsci
tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati (Quaderni del carcere, cit., p. 1765, corsivo mio).