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La costituzione del soggetto politico di Antonio Gramsci

La costituzione del soggetto politico

 

Come si vede, la concezione della storia è una componente fondamentale del dispositivo teorico dell’egemonia. Ma il concetto di egemonia, scrive Gramsci, costituisce «uno sviluppo pratico teorico della filosofia della praxis». Conviene quindi esaminarne l’elaborazione filosofica:

[…] lo sviluppo politico del concetto di egemonia rappresenta un grande progresso filosofico oltre che politico-pratico, perché necessariamente coinvolge e suppone una unità intellettuale e una etica conforme a una concezione del reale che ha superato il senso comune ed è diventata, sia pure entro limiti ancora ristretti, critica (Quaderni del carcere, cit., pp. 1385-86). Il processo riguarda tanto il soggetto individuale, quanto i soggetti collettivi e consiste nella conquista di «un’autocoscienza in cui teoria e pratica finalmente si unificano». Si tratta, in entrambi i casi, di «una lotta di “egemonie”» che per i singoli si risolve con l’acquisizione della consapevolezza «di essere parte di una determinata forza egemonica» (p. 1385). Il soggetto, quindi, si configura come formazione di una «volontà collettiva» il cui anello fondamentale è il partito politico.

Giunti alla costituzione del soggetto politico, la revisione gramsciana del «marxismo ufficiale» si percepisce in tutta la sua radicalità. Il percorso è scandito da una riflessione sempre più approfondita sulla coppia struttura-sovrastruttura, che culmina nel suo abbandono. In un primo momento (Appunti di filosofia I, ottobre 1930) Gramsci considera i «rapporti tra strutture e superstrutture […] il problema cruciale del materialismo storico», cercando di piegare i due principi della Prefazione del 1859 a una «metodologia storica» non deterministica (Quaderni del carcere, cit., pp. 457 e segg.). Nel febbraio del 1932 (Appunti di filosofia III), quando stava per iniziare il raggruppamento delle note precedenti nei «quaderni speciali», riprende la proposizione che «la società non si pone problemi per la cui soluzione non esistano già le premesse materiali» e così la commenta:

È il problema della formazione di una volontà collettiva che dipende immediatamente da questa proposizione e analizzare criticamente cosa la proposizione significhi importa ricercare come appunto si formino le volontà collettive permanenti, e come tali volontà si propongano dei fini immediati e mediati concreti, cioè una linea d’azione collettiva. Si tratta di processi di sviluppo più o meno lunghi, e raramente di esplosioni “sintetiche” improvvise (Quaderni del carcere, cit., p. 1057). Il problema viene quindi riformulato nella domanda su «come nasce il movimento storico sulla base della struttura» (Quaderni del carcere, cit., p. 1422) e, dopo aver elaborato il concetto di «traducibilità dei linguaggi scientifici e filosofici» (come abbiamo detto, Gramsci lo attinge dalla Sacra famiglia, ma non vanno trascurate altre fonti, a cominciare da Lenin, Giovanni Vailati, Domenico Bartoli e i pragmatismi; cfr. Quaderni del carcere, cit., pp. 854 e 1468-73), «il problema dei rapporti tra struttura e superstrutture» è trasformato in quello dell’«analisi delle situazioni: rapporti di forza» (pp. 1578 e segg.).

Questo consente a Gramsci di sostituire il concetto di «necessità storica» con quello di «regolarità» che Marx avrebbe ricavato dalla scoperta del «mercato determinato» dovuta a David Ricardo (pp. 1477-79) e che postula un concetto di previsione diverso da quello delle scienze sperimentali, poiché include l’intervento attivo del soggetto operante («Realmente si “prevede” nella misura in cui si opera, in cui si applica uno sforzo volontario e quindi si contribuisce concretamente a creare il risultato “preveduto”. La previsione si rivela quindi non come un atto scientifico di conoscenza, ma come l’espressione astratta dello sforzo che si fa, il modo pratico di creare una volontà collettiva», pp. 1403-04). Si può aggiungere che questo implica anche una particolare impostazione del rapporto fra scienza e filosofia: per la filosofia della praxis le scienze sperimentali, definite ciascuna dalla propria metodologia, costituiscono la sezione più sviluppata delle forze produttive e la forza motrice dell’unificazione del genere umano; ma hanno rilevanza teorica non per le ideologie che se ne possono eventualmente elaborare, bensì per il modo in cui intervengono nella dialettica fra forze produttive e rapporti di produzione (pp. 1403-04, 1413-16, 1442-45).
Riprendendo, quindi, ancora una volta i due principi della Prefazione a Per la critica dell’economia politica, nel febbraio del 1932 Gramsci scrive che «il concetto di struttura e superstruttura, per cui si dice che l’“anatomia” della società è costituita dalla sua “economia”» (p. 1065), si deve considerare una metafora didascalica debitrice del linguaggio scientifico dell’epoca, e pochi mesi dopo lo classifica fra le espressioni «grossolane e violente» di cui la filosofia della prassi si era servita a scopo divulgativo (Quaderni del carcere, cit., pp. 1473-74). Il ripudio della coppia struttura-sovrastruttura coincide con l’inizio della stesura dei «quaderni speciali» e in particolare del Quaderno 12. Ci pare, quindi, che, abbandonati i tentativi precedenti di dare una risposta non deterministica al problema della formazione della «volontà collettiva» rielaborando il dispositivo teorico della Prefazione del 1859, Gramsci si liberi del tutto della prima parte di essa e traduca il problema della causazione storica in quello dell’unificazione di teoria e pratica, che viene impostato non come problema filosofico, ma come problema storico della creazione di un determinato tipo di intellettuali:

l’unità di teoria e pratica non è […] un dato di fatto meccanico, ma un divenire storico […]: una massa umana non si “distingue” e non diventa indipendente “per sé” senza organizzarsi (in senso lato) e non c’è organizzazione senza intellettuali, cioè senza organizzatori e dirigenti, cioè senza che l’aspetto teorico del nesso teoria-pratica si distingua concretamente in uno strato di persone “specializzate” nell’elaborazione concettuale e filosofica (Quaderni del carcere, cit., pp. 1385-86). I protagonisti di questo processo nel mondo moderno sono i partiti politici (p. 1387). Gramsci non ha una concezione sociologica del partito politico, ma storico-filosofica; il compito del partito è infatti quello di promuovere l’unità di teoria e pratica selezionando il ceto dirigente dei diversi gruppi sociali. Sotto questo aspetto il concetto di partito è strettamente connesso a quello di «volontà collettiva», della quale costituisce, per così dire, una funzione. Ma non si tratta di entità distinte, bensì di due momenti di una concezione processuale del soggetto come risultato di molteplici interazioni fra intellettuali e masse. Infatti le funzioni del partito politico possono essere assolte anche da altri attori, come ad esempio i giornali (Quaderni del carcere, cit., p. 104) o grandi figure intellettuali particolarmente operose, come Croce. Gramsci definisce il partito «un elemento di società complessa nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione»; ovvero «la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali» (Quaderni del carcere, cit., p. 1558)

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La funzione fondamentale del partito politico è quindi quella di promuovere lo sviluppo di una volontà collettiva capace di unificare il popolo-nazione (p. 1630). Abbiamo già esaminato la funzione nazionale del partito politico a proposito del «cosmopolitismo di tipo moderno»; conviene specificare il modo in cui il partito deve operare per promuovere la migliore combinazione possibile dei fattori nazionali e internazionali della vita statale. La sua azione
consiste nella ricerca critica di ciò che è uguale nell’apparente disformità e invece distinto e anche opposto nell’apparente uniformità per organare e connettere strettamente ciò che è simile, ma in modo che l’organamento e la connessione appaiano una necessità pratica e “induttiva”, sperimentale e non il risultato di un processo razionalistico, deduttivo, astrattistico, cioè proprio degli intellettuali puri (o puri asini) (Quaderni del carcere, cit., p. 1635).
In questo processo consiste l’unità di teoria e pratica, e i rapporti fra intellettuali e masse si trasformano:
Questo lavorio continuo per sceverare l’elemento “internazionale” e “unitario” nella realtà nazionale e localistica è in realtà l’azione politica concreta, l’attività sola produttiva di progresso storico. Esso richiede una organica unità tra teoria e pratica, tra ceti intellettuali e masse popolari, tra governanti e governati (p. 1635).

La filosofia della praxis consiste quindi in una teoria della costituzione dei soggetti politici che Gramsci considera «il coronamento di tutto [il] movimento di riforma intellettuale e morale» dell’età moderna, corrispondente «al nesso Riforma protestante + Rivoluzione francese […] dialettizzato nel contrasto tra cultura popolare e alta cultura […]. È una filosofia che è anche una politica e una politica che è anche una filosofia» (Quaderni del carcere, cit., p. 1860).
Una filosofia che si propone l’«elevamento degli strati depressi della società» e perciò presuppone «una precedente riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico» (Quaderni del carcere, cit., p. 1561).
Come visione generale del mondo e come «ordine intellettuale» (Quaderni del carcere, cit., p. 1378), la filosofia della praxis costituisce quindi un principio di coerenza tra i postulati economici, politici e morali di un programma; una filosofia che prevede non solo il mutamento della condizione dei subalterni, ma anche della funzione storica degli intellettuali: L’errore dell’intellettuale consiste ‹nel credere› che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire […] le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica […]; non si fa politica-storia senza […] connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione (Quaderni del carcere, cit., p. 1505).