La teoria della storia
L’incidenza della Prima guerra mondiale sul pensiero di Gramsci si manifesta anche attraverso la presenza nel suo linguaggio di metafore militari. Il caso più rilevante è l’espressione «guerra di posizione», con la quale avvia la riflessione sul mutamento del carattere della politica nel corso della guerra e soprattutto dopo di essa. La riflessione, originata da problemi di strategia politica, era cominciata ben prima della stesura dei Quaderni, ma fra la fine del 1930 e l’estate del 1931 riceve un’elaborazione compiuta. Il punto di partenza è il problema della ‘traduzione’ della lezione dell’Ottobre in un nuovo linguaggio politico.
Gramsci riprende il tema delle differenze morfologiche fra Oriente e Occidente che aveva già evocato nella lettera del 9 febbraio 1924 a Togliatti e Terracini (Lettere 1906-1926, a cura di A.A. Santucci, 1992, p. 233) per escludere la reiterabilità della Rivoluzione russa in Europa (Quaderni del carcere, cit., pp. 865-67), e allunga lo sguardo ai mutamenti della politica mondiale traendone conseguenze decisive. La prima è che il «passaggio dalla guerra manovrata (e dall’attacco frontale) alla guerra di posizione anche nel campo politico» è «la quistione di teoria politica […] più importante, posta dal periodo del dopo guerra e la più difficile ad essere risolta» (Quaderni del carcere, cit., p. 801). Dato il livello raggiunto dall’organizzazione permanente delle forze sociali, i caratteri generali della politica sono cambiati: la politica è divenuta un «assedio reciproco», cioè lotta per l’egemonia. La seconda conseguenza è ancora più importante, poiché Gramsci non solo propone una sottoperiodizzazione dell’epoca considerata, ma introduce anche un nuovo modo di concepire il mutamento sia della storia europea nel 19° sec., sia della storia mondiale dopo la Grande guerra.
Nell’Europa dal 1789 al 1870 ‒ egli scrive ‒ si è avuta una guerra di movimento (politica) nella rivoluzione francese e una lunga guerra di posizione dal 1815 al 1870; nell’epoca attuale, la guerra di movimento si è avuta politicamente dal marzo 1917 al marzo 1921 ed è seguita una guerra di posizione il cui rappresentante, oltre che pratico (per l’Italia), ideologico, per l’Europa, è il fascismo (Quaderni del carcere, cit., p. 1229).
Al concetto di «guerra di posizione» in politica Gramsci accoppia quello di «rivoluzione passiva» per l’indagine storica (Quaderni del carcere, cit., p. 1766); conviene quindi esaminarne le applicazioni più significative e i successivi approfondimenti.
L’espressione «rivoluzione passiva» era mutuata dal Saggio storico sulla rivoluzione napoletana di Vincenzo Cuoco e venne impiegata nella stesura finale delle note sul Risorgimento per evidenziarne la differenza dalla Rivoluzione francese. Contrariamente a quanto spesso si legge a proposito della critica di Gramsci al Risorgimento, il paragone giuocava a favore dei moderati italiani, che, essendo una forza egemonica già prima della conquista del potere, non avevano avuto la necessità di ricorrere al Terrore (Vacca 2011). Nella prima stesura del testo Gramsci aveva impiegato l’espressione «rivoluzione senza la rivoluzione» e successivamente aveva aggiunto «o rivoluzione passiva secondo l’espressione di V. Cuoco» (Quaderni del carcere, cit., p. 41). Nella stesura finale, invece, riporta entrambe le espressioni equiparandole, e dichiara di «impiegare un’espressione del Cuoco in un senso un po’ diverso da quello che il Cuoco vuole dire» (Quaderni del carcere, cit., p. 2011). Esaminando i casi a cui applica il concetto adoperato inizialmente per il Risorgimento, si vede come ne estenda progressivamente il significato. Il primo caso riguarda il fascismo ed è databile all’aprile-maggio 1932:
si avrebbe una rivoluzione passiva ‒ egli scrive ‒ nel fatto che per l’intervento legislativo dello Stato e attraverso l’organizzazione corporativa, nella struttura economica del paese verrebbero introdotte modificazioni più o meno profonde per accentuare l’elemento “piano di produzione”, verrebbe accentuata cioè la socializzazione e cooperazione della produzione senza per ciò toccare (o limitandosi solo a regolare e controllare) l’appropriazione individuale e di gruppo del profitto (Quaderni del carcere, cit., p. 1228). Già la caratterizzazione del periodo successivo al 1921 come una nuova forma di «rivoluzione passiva» implicava la considerazione del fascismo come reazione europea alla Rivoluzione d’ottobre. Dopo la crisi del 1929 gli sviluppi dello Stato corporativo appaiono, quindi, anche una risposta alla sfida rappresentata dai successi della pianificazione sovietica. La considerazione del corporativismo fascista come una forma di «rivoluzione passiva» presuppone un giudizio di fatto e una valutazione politica: il primo è che con la Grande guerra sia cominciata in forme anche molto diverse da Paese a Paese una trasformazione irreversibile delle economie capitalistiche in «economie programmate».
La seconda è che l’«economia programmatica» corrisponde al quadro teorico del socialismo, piuttosto che a quello del liberalismo, ma il mutamento non avviene sotto la guida dei «gruppi sociali progressivi e innovativi», bensì sotto la direzione delle classi dirigenti tradizionali che la piegano al fine di conservare il loro dominio. Il processo assume quindi la forma di una «rivoluzione passiva» in quanto non sono i «gruppi sociali» che dal punto di vista della storia mondiale dovrebbero considerarsi «innovativi e progressivi» a promuoverla, ma anzi la subiscono (Quaderni del carcere, cit., p. 1228). A distanza di un anno Gramsci accenna al valore euristico generale del concetto di «rivoluzione passiva», affermando che dovrebbe «essere dedotto rigorosamente dai due principii fondamentali di scienza politica» enunciati da Marx nella Prefazione del 1859 «depurati da ogni residuo di meccanicismo e fatalismo» (p. 1774); quindi aggiunge:
Il punto di partenza dello studio sarà la trattazione di Vincenzo Cuoco, ma è evidente che l’espressione del Cuoco […] non è che uno spunto, poiché il concetto è completamente modificato e arricchito (Quaderni del carcere, cit., p. 1775). Infine, nel luglio del 1933 estende il concetto di «rivoluzione passiva» all’interpretazione «di ogni epoca complessa di rivolgimenti storici» e lo propone come «criterio di interpretazione» valido per qualunque periodo storico in cui alle forze dirigenti non si contrappongano «altri elementi attivi in modo dominante» (Quaderni del carcere, cit., p. 1827). Se nel caso del Risorgimento italiano l’egemonia dei moderati era stata talmente incontrastata da decapitare il Partito d’Azione, generando il fenomeno del «trasformismo» (cioè, secondo Gramsci, una trasformazione dell’egemonia in puro dominio, Quaderni del carcere, cit., pp. 2010-11), in genere le «rivoluzioni passive» non originano situazioni bloccate, poiché nell’involucro politico creato dalle classi dominanti si accumulano mutamenti «molecolari» che prima o poi possono riaprire la situazione:
Si può applicare al concetto di rivoluzione passiva […] il criterio interpretativo delle modificazioni molecolari che in realtà modificano progressivamente la composizione precedente delle forze e quindi diventano matrice di nuove modificazioni (Quaderni del carcere, cit., p. 1767, febbraio 1933).
Il concetto quindi assume connotazione positiva e progressiva, come si può vedere dal giudizio sull’«età della Restaurazione» e sull’«americanismo».
Gramsci considerava la «formazione degli Stati moderni nell’Europa continentale come “reazione-superamento nazionale” della Rivoluzione francese che con Napoleone tendeva a stabilire una egemonia permanente» e giudicava il fenomeno «essenziale per comprendere il concetto di “rivoluzione passiva”» (p. 1361). Il processo si era sviluppato «per piccole ondate riformistiche successive, ma non per esplosioni rivoluzionarie come quella originaria francese» (p. 1358). Il periodo della Restaurazione gli appare quindi «il più ricco di sviluppi da questo punto di vista» e il giudizio che ne consegue merita una citazione:
la restaurazione diventa la forma politica in cui le lotte sociali trovano quadri abbastanza elastici da permettere alla borghesia di giungere al potere senza rotture clamorose […].
Le vecchie classi feudali sono degradate da dominanti a “governative” (Quaderni del carcere, cit., p. 1358).
La «rivoluzione passiva» appare dunque un fenomeno tipicamente europeo, una reazione alle due rivoluzioni – quella francese del 1789 e quella russa del 1917 ‒, i cui protagonisti sono gli Stati moderni nell’Europa continentale dopo l’età napoleonica e, dopo il 1921, il fascismo. Ma il riconoscimento che nell’involucro del fascismo possa svilupparsi un’«economia programmatica» evoca un orizzonte più ampio di quello europeo e l’estensione del concetto di «rivoluzione passiva» all’America fordista. Il fascismo, il Risorgimento e l’«americanismo» erano stati oggetto d’analisi parallele e di comparazione fin dalle prime note dei Quaderni (febbraio-maggio 1930), ma soltanto nel Quaderno 22 (febbraio-marzo 1934) il concetto di «rivoluzione passiva» viene esteso allo studio dell’«americanismo» e del «fordismo». Com’è noto, il Quaderno è intitolato Americanismo e fordismo e Gramsci si domanda «se l’americanismo possa costituire un’“epoca” storica, se cioè possa determinare uno svolgimento graduale del tipo […] delle “rivoluzioni passive” proprie del secolo scorso» (Quaderni del carcere, cit., p. 2140).
L’attenzione è rivolta innanzi tutto al taylorismo e al fordismo, cioè alle innovazioni introdotte dagli industriali americani nell’organizzazione del lavoro e dei consumi per «superare la legge […] della caduta del saggio del profitto» (p. 2140). Americanismo e fordismo rappresentano quindi l’esempio più avanzato della «necessità immanente di giungere all’organizzazione di un’economia programmatica» (p. 2139) e «il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare con rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e di uomo» (p. 2165).
Il fatto che gli Stati Uniti rispondano alla legge della caduta del saggio di profitto creando il tipo più avanzato di «economia programmatica» costituisce in sé un fenomeno inedito di «rivoluzione passiva»; ma ancora più significativi sono gli influssi che esercitano sull’Europa, costringendola «a un rivolgimento della sua assise economico-sociale troppo antiquata» (p. 2178). In questo quadro la creazione dell’IRI e dell’IMI in risposta alla crisi del 1929-1932 inducono Gramsci a pensare che anche all’interno dello Stato corporativo fascista possa svilupparsi una «economia programmatica» vera e propria (pp. 2156-58 e 2175-77).
A ogni modo, l’americanismo non costituisce «un nuovo tipo di civiltà», poiché non è che una forma più evoluta di dominio capitalistico («nulla è mutato nel carattere e nei rapporti dei gruppi fondamentali»): «si tratta di un prolungamento organico e di una intensificazione della civiltà europea, che ha solo assunto una epidermide nuova nel clima americano» (p. 2180). Nel periodo compreso tra le due guerre la «rivoluzione passiva» abbraccia dunque una serie di fenomeni nuovi che interessano tanto l’Europa, quanto gli Stati Uniti. Sono fenomeni progressivi ma transitori, che non mutano il carattere dell’epoca: un’età di crisi, nella quale «il vecchio muore e il nuovo non può nascere» (p. 311).