La crisi e l’Europa
Gli anni in cui Gramsci scrisse i Quaderni erano dominati dalla dissoluzione della civiltà liberale. La sua riflessione quindi si accentrò sulla crisi dello Stato. Esplorata inizialmente come crisi del parlamentarismo (Quaderni del carcere, cit., pp. 58-59), alla fine del 1930 fu percepita in tutta la sua portata di crisi dello Stato nazionale:
oggi si verifica nel mondo moderno un fenomeno simile a quello del distacco tra “spirituale” e “temporale” nel Medio Evo […]. I raggruppamenti sociali regressivi e conservativi si riducono sempre più alla loro fase iniziale economica-corporativa, mentre i raggruppamenti progressivi e innovatori si trovano ancora nella fase iniziale appunto economica-corporativa; gli intellettuali tradizionali, staccandosi dal raggruppamento sociale al quale avevano dato finora la forma più alta e comprensiva e quindi la coscienza più vasta e perfetta dello Stato moderno […] compiono un atto di incalcolabile portata storica: segnano e sanzionano la crisi statale nella sua forma decisiva (Quaderni del carcere, cit., pp. 690-91).
Nel gennaio del 1932 Gramsci data l’origine della crisi alla Grande guerra, ma nel giugno del 1933 considera la guerra stessa una conseguenza della crisi originata dalla presenza crescente delle masse organizzate negli Stati europei che, a partire dalla fine dell’Ottocento, aveva fatto saltare gli equilibri della società liberale:
la guerra del ’14-18 rappresenta una frattura storica, nel senso che tutta una serie di quistioni che molecolarmente si accumulavano prima del 1914 hanno appunto fatto “mucchio”, modificando la struttura generale del processo precedente: basta pensare all’importanza che ha assunto il fenomeno sindacale, termine generale in cui si assommano diversi problemi e processi di sviluppo di diversa importanza e significato (parlamentarismo, organizzazione industriale, democrazia, liberalismo, ecc.), ma che obiettivamente riflette il fatto che una nuova forza sociale si è costituita, ha un peso non più trascurabile, ecc. ecc. (Quaderni del carcere, cit., p. 1824).
La datazione più precisa è il frutto dell’elaborazione di una teoria generale delle crisi a cui Gramsci era giunto nel febbraio del 1933 osservando gli sviluppi della crisi del 1929 ed elaborando una spiegazione unitaria di carattere storico-politico di un insieme di fenomeni: dalla crisi della prima globalizzazione (anni Ottanta dell’Ottocento), alla Prima guerra mondiale, alla crisi del 1929 e alla crisi dello Stato. Tra i punti salienti della sua teoria, si evidenzia il ripudio della dottrina della guerra inevitabile, propugnata dal «marxismo ufficiale» sia della Seconda che della Terza Internazionale. Per Gramsci la guerra non è la conseguenza ineluttabile del capitalismo o dell’imperialismo, ma è causata da determinate scelte delle classi dirigenti come il protezionismo e il nazionalismo. La spiegazione della guerra e delle crisi si riassume, quindi, nell’incapacità o nel rifiuto delle classi dirigenti di risolvere le asimmetrie sempre più stridenti fra il cosmopolitismo dell’economia e il nazionalismo della politica, superando l’orizzonte dello Stato nazionale come unica dimensione del politico. Gramsci sottolinea che per spiegare la crisi del 1929 non si deve cercare una causa unica e tanto meno isolare una o l’altra manifestazione economica che la crisi ha assunto nel corso di quattro anni. Si deve invece cercare di comprendere storicamente l’intero processo mondiale del dopoguerra: «Tutto il dopoguerra è crisi, con tentativi di ovviarla, che volta a volta hanno fortuna in questo o quel paese, niente altro» (pp. 1755-56). Poi aggiunge che «per alcuni (e forse non a torto) la guerra stessa è una manifestazione della crisi, anzi la prima manifestazione», poiché era stata «la risposta politica e organizzativa» delle élites europee alla crisi complessiva della civiltà liberale. Quindi formula un paradigma esplicativo della Grande guerra e della Grande crisi che contiene l’abbozzo d’una vera e propria teoria generale, di carattere storico-politico:
Una delle contraddizioni fondamentali è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del “nazionalismo” (Quaderni del carcere, cit., p. 1756).
Conviene ricordare che Gramsci elabora qui teoricamente un’interpretazione dell’origine della Grande guerra che già aveva formulato negli anni 1916-18, ponendo il tema della sovranazionalità (Rapone 2011, pp. 189-258). Allora la questione gli si era presentata come alternativa fra la prospettiva della Società delle Nazioni formulata da Thomas Woodrow Wilson e la rivoluzione mondiale prospettata da Lenin e, dopo la bocciatura della prima da parte del Senato americano, aveva optato entusiasticamente per la seconda. Ora il tema gli si ripropone in termini diversi: la storia mondiale è caratterizzata dall’intensificarsi tanto del «cosmopolitismo» economico, quanto del nazionalismo politico, e il tema del «conguagliamento» fra politica ed economia si prospetta come problema del governo delle crescenti interdipendenze e delle loro ancora più acute asimmetrie. La prospettiva dell’unificazione economica del genere umano (che appare sempre meno utopica) non può essere concepita che per tappe, e l’obiettivo che appare più concreto è quello di favorire la regionalizzazione dell’economia mondiale:
esiste oggi una coscienza culturale europea ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra X anni questa unione sarà realizzata la parola “nazionalismo” avrà lo stesso valore archeologico che l’attuale “municipalismo” (Quaderni del carcere, cit., p. 748).
Ma, piuttosto che a una vera e propria professione di europeismo, la riflessione di Gramsci è orientata a una revisione della prospettiva della «rivoluzione mondiale». Egli non vede nella borghesia europea forze che possano prevalere sui nazionalismi ormai dilaganti e assegna al proletariato la missione di costruire la sovranazionalità. Se si vuole, è una rielaborazione della prospettiva degli «Stati Uniti soviettisti d’Europa» dei primi anni Venti in chiave gradualistica, volta a riformulare il nesso nazionale-internazionale nella politica dei partiti comunisti europei. Infatti, nella nota dedicata all’Intervista di Stalin già citata, ribadito il concetto che il terreno della lotta per l’egemonia è il territorio nazionale, Gramsci aggiunge:
Una classe di carattere internazionale [il proletariato] in quanto guida strati sociali strettamente nazionali (intellettuali) e anzi spesso meno ancora che nazionali, particolaristi e municipalisti (i contadini), deve “nazionalizzarsi”, in un certo senso, e questo senso non è d’altronde molto stretto, perché prima che si formino le condizioni di una economia secondo un piano mondiale, è necessario attraversare fasi molteplici in cui le combinazioni regionali (di gruppi di nazioni) possono essere varie (Quaderni del carcere, cit., p. 1729).
L’adesione alla prospettiva della sovranazionalità europea prima evidenziata risaliva al marzo del 1931; il pronunciamento a favore del regionalismo economico citato ora risale al febbraio 1933 e presuppone la generalizzazione del concetto di «rivoluzione passiva», che analizzeremo nel prossimo paragrafo. Il punto d’arrivo della riflessione sul nesso nazionale-internazionale è nella proposta di un «cosmopolitismo di tipo moderno», il cui protagonista sia «l’uomo-lavoro», e risale al novembre 1932. Si può dire che in essa culmini la revisione teorica gramsciana della politica del Komintern, assegnando alle classi lavoratrici il compito di «collaborare a ricostruire il mondo economicamente in modo unitario» (Quaderni del carcere, cit., p. 1988). Il concetto di «cosmopolitismo di tipo moderno» fa riferimento alla ‘tradizione’ italiana, ma appare chiaramente rivolto a sostituire il concetto di internazionalismo.